giovedì 17 marzo 2011

She-Devil

1989
Regia di Susan Seidelman. Soggetto di Fay Weldon. Sceneggiatura di Barry Strugatz e Mark R. Burns. Con: Roseanne Barr, Meryl Streep, Ed Begley Jr, Linda Hunt.
Voto: 5,5/10

Ruth (Barr) è una donna decisamente poco attraente e priva di abilità domestiche particolari. Quando il marito (Begley) la lascia per la scrittrice di romanzi rosa Mary Fisher (Streep), bella, ricca e che vive in una casa che sembra una bomboniera, Ruth decide di vendicarsi portandogli via tutto ciò che conta per lui. Ed è proprio attraverso quest'operazione che riuscirà a ritrovare la stima di se stessa.

Tratto dal libro Vita e amori di una diavolessa di Fay Weldon, il film non ha particolari spunti da offrire, se non quelli classici della commedia americana per famiglie. Ruth e la Hooper (Hunt) ispirano simpatia, ma la vicenda, che vorrebbe essere dissacrante, non ci riesce fino in fondo, lasciando lo spettatore con un sopracciglio alzato. In sostanza però tutti i personaggi recitano bene la loro parte. Del resto, che colpa ne hanno se la trama non ha niente di speciale?

sabato 12 marzo 2011

Il Cigno Nero

Black Swan
2010
Regia di Darren Aronofsky. Sceneggiatura di Andres Heinz, Mark Heyman, John J. McLaughlin. Con: Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder.
Voto: 8/10

Nina Sayers (Portman) è una giovane ballerina che vive con una madre iperprotettiva e soffocante (Hershey). L'unica cosa sulla quale si concentra è il raggiungimento della perfezione tecnica, che ritiene fondamentale per diventare una famosa stella. Quando viene scelta da Thomas Leroy (Cassel) come protagonista per Il Lago dei Cigni, Nina si ritrova a dover affrontare un ruolo di purezza e precisione che le calza a pennello (il Cigno Bianco) e uno passionale e seducente del tutto al di fuori dalle sue corde (il Cigno Nero). L'equilibrio della ragazza, già vacillante, viene dunque profondamente scosso, anche a causa della nuova ballerina della compagnia, Lily (Kunis), tecnicamente imprecisa ma vivace e naturale, nella quale Nina identifica la sua rivale...

Si è sentito dire il bene e il male di questo film, e, data la natura del tema trattato, se ne può capire il motivo. Ma forse è solo una questione di gusto. Quel che è certo è che non avrebbero potuto scegliere una Nina migliore di Natalie Portman, a tratti una fragile bambola di carta, a tratti un uccello rapace.
La forza del film sono i suoi contrasti, bianco e nero, diavolo e acqua santa, eleganza e orrore, lo scontro violento e stridente tra due opposti, uno che incalza e l'altro che cede. E lo stesso accade con il pubblico:  se l'olio di Aronofsky trova olio vi si mischia, se trova acqua vi galleggia sopra.

giovedì 10 marzo 2011

E Morì Con Un Felafel In Mano

Ce la farò a riprendere il ritmo!!
Concedetemi oggi qualche espressione gergale, perché devo ammettere che ho delle difficoltà a parlare di questo film mantenendo un linguaggio di livello medio-alto.
In fin dei conti, quando ci vuole ci vuole.

He died with a felafel in his hand
2001
Regia di Richard Lowenstein. Soggetto di John Birmingham. Sceneggiatura di Richard Lowenstein. Con: Noah Taylor, Emily Hamilton, Romane Bohringer, Alex Menglet, Brett Stewart, Damian Walshe-Howling, Torquil Neilson, Sophie Lee, Francis McMahon, Ian Hughes, Robert Rimmer, Sayuri Tanoue, Haskel Daniel.
Voto: 6,5/10

Danny (Taylor), giovane aspirante scrittore, che adopera un rotolo di carta igienica infilato in una vecchia macchina da scrivere per non interrompere il flusso di coscienza (anche se ha battuto solo due frasi), è costretto, per una serie di curiose ragioni, a cambiare più volte casa, spostandosi da Brisbane a Melbourne a Sidney, trovandosi davanti di volta in volta femministe integraliste lesbiche, riti pagani per la fertilità, anarco-nazisti, poliziotti che sparano per uccidere, aspiranti attrici snob, omosessuali isterici e chi più ne ha più ne metta.

Tratto dal libro di John Birmingham, il film è sicuramente una buona fonte d'intrattenimento (e di masturbazioni mentali, specie se non si è troppo lucidi). Non si parla di una vera e propria trama, quanto di una serie di ritratti che ci presentano i personaggi più disparati, con alcuni dei quali alle volte forse anche lo spettatore ha dovuto avere a che fare. Tuttavia la formula funziona solo con un determinato tipo di pubblico, possibilmente dopo una serata movimentata, quando non si può più pensare di corsa, ed ogni frase assume un nuovo significato la cui eco rimbomba nella testa più e più volte.

venerdì 25 febbraio 2011

Il Grinta

In rapido recupero!

True Grit
2010
Regia di Joel e Ethan Coen. Sceneggiatura di Joel e Ethan Coen. Con: Jeff Bridges, Hailee Steinfeld, Matt Damon, Josh Brolin, Barry Pepper.
Voto: 8/10

1870, Arkansas. Mattie Ross (Steinfeld), di soli 14 anni, assolda lo sceriffo Reuben Cogburn (Bridges) per catturare Tom Chaney (Brolin), che ha ucciso e derubato suo padre, per poi fuggire in territorio indiano insieme a Lucky Ned (Pepper), capo di un gruppo di malviventi. Ai due si unisce il Texas Ranger LaBoeuf (Damon), già incaricato di catturare Chaney per crimini commessi in Texas.

Il film, più che essere un remake dell'omonima pellicola di Henry Hathaway (grazie alla quale John Wayne vinse il suo unico Oscar), è tratto dal romanzo di Charles Portis. Ma in questo caso il western è puramente un pretesto per raccontarla. Gli elementi che reggono il film sono ben altri, a cominciare dal cast. L'assenza del ritmo a volte fin troppo incalzante a cui Hollywood ci ha abituati fa tirare un sospiro di sollievo, tuttavia lo spettatore non rischia di perdersi, trattenuto dall'umorismo tipico dei fratelli Coen, che diverte ma non stucca.
La mano che ha mosso i fili de Il Grande Lobowski è ben riconoscibile e apprezzabile.
La vera pecca del film? Il trailer.

mercoledì 23 febbraio 2011

Urban Legend

Ce l'ho fatta.
Trasloco fatto, scatoloni sistemati e drenaggio tolto.
Racconto scritto e consegnato.
Ancora tre antibiotici da prendere, uno ogni 24 ore. Ma pare che ce l'abbia fatta.
Ora posso riprendere il mio impegno dove lo avevo lasciato.
Sperando di non crollare miseramente un'altra volta.
Sfortunatamente non ho ancora imparato a scrivere sempre le impressioni a caldo da utilizzare nei miei pezzi, quindi tutte le riflessioni, le impressioni e i pensieri freschi e fertili sono ormai pallidi ricordi pressoché inutili per la mia mania di perfezionismo. Specie se consideriamo la mia tendenza innata a perdere i dati. O a cancellarli. O a salvarli su supporti dotati di volontà propria.
Quindi, si riparte da zero. O meglio, da una mia analisi saccente di Urban Legend. Giusto per il gusto di parlar male di qualcosa. E sotto questo punto di vista, non c'è niente di meglio degli horror anni '90!

Urban Legend
1998
Regia di Jamie Blanks. Sceneggiatura di Silvia Horta. Con: Alicia Witt, Jared Leto, Rebecca Gayheart, Loretta Devine, Michael Rosenbaum, Joshua Jackson, Tara Reid.
Voto: 3/10

Una studentessa del New England Pendleton College viene uccisa a colpi d'accetta da uno sconosciuto nascostosi sul sedile posteriore della sua auto. Questo è l'inizio di una serie di omicidi: le vittime sono gli studenti, l'assassino un misterioso uomo incappucciato che imita le leggende metropolitane.
Natalie (Witt) sembra essere l'unica a credere che il serial killer esista veramente, ma nessuno le dà ascolto, se non Paul (Leto), a caccia di una storia per il giornale della scuola.
Ma c'è qualcosa che muove la mano del killer, qualcosa legato ad un massacro avvenuto nel campus 25 anni prima e al passato di Natalie...

Il film non è nient'altro che un horror anni '90. Niente da aggiunere a Scream e So cosa hai fatto, né alle loro parodie. Stessi personaggi, stessa storia, stessi meccanismi. Belle facce e poco altro. L'assassino si comporta esattamente come ci si aspetta che si comporti, le vittime fanno gli stessi errori e le stesse battute. Per non parlare poi del finale, che è una sorpresa solo per i personaggi. E, come in tutti i classici horror anni '90, al film manca una vera e propria ragione di esistere.
Può essere comunque una buona fonte di intrattenimento per i cultori del trash, anche se, sotto questo punto di vista, qualche getto di sangue in più farebbe comodo.
Due sequel: Unrban Legend The Final Cut e Urban Legend Bloody Mary.

mercoledì 9 febbraio 2011

Comunicazione di servizio

Sebbene i miei lettori siano due, credo che per coerenza col mio lavoro questo post sia necessario.
Ultimamente sono sempre stata in ritardo con i miei buoni propositi. I motivi sono validi, tuttavia non vorrei che, nella testa dei miei due lettori solitari (di cui uno solo ufficiale) si formassero pensieri del tipo: che sciocca donnetta poco costante, non sa nemmeno mantenere gli impegni che si è inventata da sola!
Quindi, a scanso di equivoci, ecco la mia giustificazione da lasciare sulla scrivania per la maestra.

Mi sono ritrovata con tre esami da dare, il che per me significa una corsa contro il tempo, una crisi di panico perpetua ed un unico oddio non so niente. Fatto l'ultimo esame, mi sono catapultata da Bologna a Firenze, per accudire il mio povero cane, abbandonato dagli infidi genitori che se ne sono andati a spassarsela in Marocco. Il giorno dopo il mio arrivo la mia faccia ha cominciato a gonfiarsi. Ascesso gengivale. Dentista, antibiotici, sguardo perso e funzioni cerebrali annientate. Nel frattempo imperversavano i preparativi per la festa di compleanni a sorpresa per quello che, in assenza di termini migliori, dovrò chiamare il mio fidanzato, il quale è riuscito a mettere tutti i bastoni che ha trovato tra le nostre ruote. Il giorno dopo ero tranquillamente approssimabile ad un cadavere. Nonostante tutto, ero riuscita a pubblicare il pezzo sul Variety.
Tornata a Bologna mi sono ritrovata davanti un nuovo e assai più intricato orario di lezioni, e in più, dato che sono stata curiosamente ammessa ad un corso di scrittura very cool, mi sono vista privata del mio preziosissimo venerdì pomeriggio. Ma fin lì poco male.
Nel frattempo ho finito il ciclo di antibiotici. Immediatamente la mia faccia ha ricominciato a gonfiarsi, e nonostante abbia ricominciato a prenderli tempestivamente, le mie condizioni peggiorano e peggiorano.
E così siamo arrivati ad oggi. Un antibiotico e un ketodol ogni 8 ore, inegratori, e una guancia perfettamente tonda, rossa e rovente. Voglio farmi abbattere.
Ciliegina sulla torta? Ho un trasloco da fare tra domani e martedì. E mi sento un cadavere.
Perché ho scritto tutto questo? Semplice: ho scoperto di essere sufficientemente paranoica da ritenermi obbligata a dare una giustificazione ufficiale a me stessa per il mancato rispetto delle scadenze, così da dormire meglio la notte.
Quindi, miei due eccelsi lettori, vi prego di scusarmi se non sarò in grado di postare niente di nuovo fino a trasloco fatto, gengiva guarita e racconto per il corso consegnato.
Vi ho mai detto che odio sentirmi sotto pressione?

PS: sono annebbiata dalle secchiate di pillole, mi scuso per i mille errori di battitura che sicuramente ci saranno. E perdonate anche la forma. Spero di riprendermi!

mercoledì 26 gennaio 2011

Chiude il Variety

Sì, sono in ritardo.

Due esami in due giorni, internet mi sta piantando in asso (grazie coinquilini, grazie tante…) e il mio hard disk ha deciso di morire senza alcuna ragione apparente, proprio ora che ero riuscita a scaricare le ultime puntate di True Blood, i sei film di Leuprechaun, i tre Poltergeist e i quattro Tremors. Ed essere privati dei propri film spazzatura quando già internet dà problemi e c’è un esame di sociologia da preparare è decisamente troppo per me.
Per fortuna il videoregistratore funziona ancora. Le videocassette un po’ meno, vista la loro età, ma per fortuna non soffro il mal di mare.
Avevo cominciato a scrivere Pazzi in Alabama, stavo riflettendo si Ghostbusters, Romero e Human Traffic, ma c'è qualcosa di più importante di cui vorrei parlare. Qualcosa che mi è finito sotto gli occhi, e che non potevo far finta di non vedere. E per quanto questo blog parli di cinema, non del cinema inteso come struttura fisica, mi sembrava doveroso rendere omaggio ad un vecchio amico. E sarò anche fuori tema, ma ero comunque fuori tempo.

Domenica 30 gennaio 2010 sarà l'ultimo giorno del Variety.
So di averne parlato con poco riguardo ultimamente. Ormai, da brava saccente cinefila snob, non lo frequentavo più da tempo, preferendogli circuiti alternativi, come il Flora, o il Fiorella. Ma so benissimo di essere passata da lì. Quasi ogni settimana, per parecchi anni, anche.
Non mi piace pensare a me stessa come a una che frequentava il cinema commerciale, oggi. Mi piace fare l'acculturata, la ganza, quella che ne sa, è di palato raffinato e si schifa quando un film è campione d'incassi al botteghino e vince troppi premi Oscar. Ma fa parte dell'essere snob.
Eppure il Variety mi piaceva. Mi ricordo quando cambiarono l'ingresso, "girandolo" dall'altra parte, e improvvisamente il tutto cambiò aspetto, diventando grande, attraente, accattivante. Più che un nuovo ingresso, era un'enorme vetrina. E penso fu più o meno allora che la nostra luna di miele finì.
Non mi piaceva la nuova faccia del Variety, che gridava "multisala" in maniera così sfacciata. Non mi piacevano più le locandine appese fuori, non mi piaceva più la gente dentro (eccetto quando, a 13 anni, mi resi conto di che bel ragazzo fosse quello delle patatine). Ma probabilmente, più che il Variety, ero cambiata io.
Ho visto tutti e tre gli ultimi film di Star Wars, là.
Al primo dovetti uscire a fare pipì nella scena saliente (come a Tarzan), il secondo fu un buco nero, e al terzo ero piegata in due dal ridere. E uscii tutte e tre le volte dicendo che i vecchi film erano molto meglio, ma che Yoda col laser era fighissimo.
Riuscirono persino a convincermi a vedere un film di Harry Potter, al Variety. Entrammo che era già cominciato da mezz'ora, non c'erano posti a sedere, e, data l'età media del pubblico in sala, c'era pure un fastidioso mormorio di sottofondo, che esplodeva in femminei squittii acuti ogni volta che qualche fico faceva qualcosa da fico.
Ma il periodo migliore fu (e qui purtroppo sono costretta ad ammetterlo) dopo l'uscita del primo Signore degli Anelli, che però confesso di aver visto al Colonna. Partendo dal presupposto che andavo alle scuole medie, indossavo maglioni enormi e pantaloni col cavallo sotto le ginocchia, ero pallida, non uscivo mai di casa, avevo un solo sopracciglio, la frangia lunga fino a metà naso e le occhiaie fino ai lati della bocca, il fatto peggiore rimane che mi ero innamorata di Orlando Bloom. E ora tutto il web puà saperlo. E' la vita.
Ma se ho accettato di confessare una cosa del genere è solo perché può aiutare a far capire quanto mi sentissi felice in un cinema (che al tempo era il Variety, appunto). Mi sentivo pure stranamente interessante, mentre, in una sala piena di dodicenni come me, con il jeans attillato e tre dita di trucco sulla faccia, mangiavo i miei pop corn facendo tra me e me commenti tecnici sul film, che sicuramente Orlando avrebbe apprezzato molto di più di tutto quel civettare preadolescenziale. E anche se adesso so che probabilmente non sarebbe stato così, all'epoca ci credevo fermamente. E questo fa parte, probabilmente, dell'essere sfigati e con un frangione-copri-sopracciglio.
Anche se le cose adesso sono cambiate, credo che la sensazione che è nata in quegli anni di "bruttezza eternamente rinnovata" (citando Persepolis) sia quella che poi mi sono portata dietro in tutti i cinema che hanno segnato la mia storia di saccente snob. Ho cambiato modo di vestire, di apparire, di parlare, ho cambiato gusti, ho valutato cose nuove e rivalutato cose vecchie, ma sono convinta che sia lì che tutto è cominciato. E sapere che adesso sta per finire, finire veramente, fa male. E' stato quello il primo luogo pubblico in cui un film mi ha fatto venire le lacrime agli occhi. E adesso piangere per la struttura anziché per il film è strano e sconcertante. Non potendo dargli un addio "reale", gliene dò uno qui. Per quello che può valere.
Rimpiango solo che l'ultimo film visto al Variety sia 2012.